mercoledì 15 ottobre 2014

Saggio introduttivo: perché investire in cultura

Finanziare la cultura significa creare quel senso civico, quella conoscenza, e soprattutto coscienza, che ci aiuta a combattere il pregiudizio che si annida nell’idea distorta del concetto di diversità. Tutto ciò che non conosciamo ci spaventa provocando diffidenza e nutre col pane dell’ignoranza la parte più oscura presente all’interno di ognuno di noi. L’arte, nel suo immenso significato, ci insegna a scoprire e riconoscere la bellezza e disprezzare chi e cosa la distrugge.

Che gli occhi di questo mondo non conoscano più guerra è un pensiero che va aldilà dell’utopia ma di certo possiamo contribuire a far si che le armi, gli ordigni e le macchine di distruzione non siano più la risposta scontata ad uno scontro ideologico o di qualsiasi natura.


In un paese ideale il finanziamento alla cultura sarebbe un principio cardine e fondamentale per lo sviluppo di una società ricca moralmente, eticamente ed economicamente visti gli impatti positivi che più volte essa ha testimoniato di creare. Nello stesso paese, quello ideale, ci si difenderebbe con la dialettica, con programmi internazionali che aprono al dialogo, con un ministero che sia davvero di “difesa” e non di camuffato intervento. Quando leggiamo di milioni spesi per caccia super veloci, armi speciali, divise, sostegno armato ad altri paesi, dovremmo fermarci a riflettere. Il retaggio di un pensiero creduto antico sembra più vivo che mai: quello che, a pensarci bene, le guerre portano vantaggi e che in fondo è sempre stato così e non ha mai smesso di esserlo. Poi ci siamo noi, poveri ingenui che viviamo credendo sia una cosa lontana, remota, che appartiene ad un film in bianco e nero e che non ci sfiora più nemmeno quando le notizie di apertura dei tiggì non parlano d’altro. 

Mi spaventa la facilità con la quale una stessa persona possa oggi condividere l’immagine di un bimbo soldato nigeriano e quella di un gatto che insegue un gomitolo. Mi spaventa il fatto che il mio vicino in metro potrebbe non saper indicare l’Iraq o la Cambogia su di una mappa.  Mi spaventa il perbenismo galoppante e che “in fondo è così che deve andare”. Mi spaventano le stragi di ragazzi nei college americani tanto quanto le decapitazioni dell’ISIS. Mi spaventa l’andamento del FUS, lo sciopero dell’orchestra all’ Opera di Roma, i crolli nei siti archeologici, i rimborsi UE finiti in tasche private e la mancanza assoluta di sdegno. 
Esatto, abbiamo perso lo sdegno, siamo ormai privi di quel sentimento di stupore nobile e raccapricciante che provoca immediato distacco e infervora i più virtuosi di fronte ad un ingiustizia palese. È come aver appiattito l'onda dei sentimenti sociali portandoci a vivere in un costante livello di mediocrità nel quale ci si stupice, sì, ma poco. Riprendiamoci allora il nostro bagaglio culturale, svegliamo le giovani menti e doniamo loro i mezzi necessari per fare le scelte fondamentali del loro futuro. Investiamo in cultura, disintegriamo le guerre.

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