Finanziare la cultura significa creare quel senso civico, quella
conoscenza, e soprattutto coscienza, che ci aiuta a combattere il pregiudizio
che si annida nell’idea distorta del concetto di diversità. Tutto ciò che non
conosciamo ci spaventa provocando diffidenza e nutre col pane dell’ignoranza la
parte più oscura presente all’interno di ognuno di noi. L’arte, nel suo immenso
significato, ci insegna a scoprire e riconoscere la bellezza e disprezzare chi
e cosa la distrugge.
Che gli occhi di questo mondo non conoscano più guerra è un pensiero che va
aldilà dell’utopia ma di certo possiamo contribuire a far si che le armi, gli
ordigni e le macchine di distruzione non siano più la risposta scontata ad uno
scontro ideologico o di qualsiasi natura.
In un paese ideale il finanziamento alla cultura sarebbe un principio
cardine e fondamentale per lo sviluppo di una società ricca moralmente,
eticamente ed economicamente visti gli impatti positivi che più volte essa ha
testimoniato di creare. Nello stesso paese, quello ideale, ci si difenderebbe
con la dialettica, con programmi internazionali che aprono al dialogo, con un
ministero che sia davvero di “difesa” e non di camuffato intervento. Quando
leggiamo di milioni spesi per caccia super veloci, armi speciali, divise, sostegno
armato ad altri paesi, dovremmo fermarci a riflettere. Il retaggio di un
pensiero creduto antico sembra più vivo che mai: quello che, a pensarci bene,
le guerre portano vantaggi e che in fondo è sempre stato così e non ha mai
smesso di esserlo. Poi ci siamo noi, poveri ingenui che viviamo credendo sia
una cosa lontana, remota, che appartiene ad un film in bianco e nero e che non
ci sfiora più nemmeno quando le notizie di apertura dei tiggì non parlano
d’altro.
Mi spaventa la facilità con la quale una stessa persona possa oggi
condividere l’immagine di un bimbo soldato nigeriano e quella di un gatto che
insegue un gomitolo. Mi spaventa il fatto che il mio vicino in metro potrebbe
non saper indicare l’Iraq o la Cambogia su di una mappa. Mi spaventa il perbenismo galoppante e che “in
fondo è così che deve andare”. Mi spaventano le stragi di ragazzi nei college
americani tanto quanto le decapitazioni dell’ISIS. Mi spaventa l’andamento del
FUS, lo sciopero dell’orchestra all’ Opera di Roma, i crolli nei siti
archeologici, i rimborsi UE finiti in tasche private e la mancanza assoluta di
sdegno.
Esatto, abbiamo perso lo sdegno, siamo ormai privi di quel
sentimento di stupore nobile e raccapricciante che provoca immediato distacco e
infervora i più virtuosi di fronte ad un ingiustizia palese. È come aver
appiattito l'onda dei sentimenti sociali portandoci a vivere in un costante
livello di mediocrità nel quale ci si stupice, sì, ma poco. Riprendiamoci
allora il nostro bagaglio culturale, svegliamo le giovani menti e doniamo loro
i mezzi necessari per fare le scelte fondamentali del loro futuro. Investiamo
in cultura, disintegriamo le guerre.
Nessun commento:
Posta un commento